Sei quiLa storia della sezione CAI di Castelfranco Veneto

La storia della sezione CAI di Castelfranco Veneto


Fondata per iniziativa di Primo Rebellato, tra i tavolini del Caffè di Mezzo, il nostro Club comincia ad organizzare le prime gite d’estate esclusivamente escursionistiche, sulle montagne più vicine: Pasubio, Pavione, Cima d’Asta, Ortigara, Cime 11 e 12 e naturalmente il Grappa che era salito anche tre, quattro volte per stagione. Nel 1929, l’anno del gran freddo, cominciarono anche le gite invernali con gli sci nell’altipiano di Asiago, e la collinetta del Belloccio. Il numero dei soci nel frattempo era arrivato attorno alla cinquantina, anche perché il regime fascista aveva iniziato a creare un'organizzazione propria quale l’Opera Nazionale Dopolavoro che era praticamente in concorrenza e che tendeva ad accentrare tutte le attività ricreative e sportive. Con gli anni difficili della guerra la Sezione cessò in sostanza di esistere. Nel 1945 e negli anni immediatamente seguenti, soprattutto per merito dell’ing. Sagramora, per più anni presidente, la Sezione riprende con un gran fervore all’organizzazione di nuove gite. Ne sono prova le copie d’archivio della fitta corrispondenza con le zone dolomitiche alla ricerca di informazioni sull’agibilità dei pochi rifugi rimasti integri dopo il passaggio della guerra. Ripresero nel frattempo anche le arrampicate tra il Pomagagnon, il Sorapiss e le Tre Cime, memori dell’anno 1937 in cui i primi alpinisti castellani si cimentarono nel gruppo delle Cinque Torri e sulle pareti della Torre degli Inglesi. All’iniziale entusiasmo post bellico subentrò, poi, una successiva fase di stanchezza, il presidente Sagramora scrisse un’accorata lettera al Presidente Generale invitandolo ad intervenire personalmente per riportare entusiasmo e un rinnovato spirito di aggregazione in una Sezione che definiva destinata a scomparire. Il merito della rinascita va riconosciuto a due simpatici nomi dell’alpinismo castellano: Domenico « Memi » Andretta e Giacomo De Monte. E’ in questi anni che una nuova leva comincia a far parlare di sè con le sue fortissime ascensioni: Renato Gobbato. Attorno a lui ed alla sua scuola comincia a sorgere il nucleo di quella che sarà la futura, odierna Sezione.

 

L’alpinismo castellano

 

I precursori

Dai pochi dati a disposizione, i primi castellani amanti della montagna, si dedicarono, nel periodo che va dalla fondazione fino al 1934 circa, quasi esclusivamente ad escursioni. Negli anni antecedenti la guerra, fra i pochi arrampicatori troviamo Memi Andretta, Piero Miotto e Agostino Pirollo che per primi a Castelfranco si dedicarono all’alpinismo vero e proprio; fra le loro ascensioni sono da ricordare il Becco di Mezzodì e la Torre Venezia. Particolarmente interessante fu l’attività di Joseph Sanseverino, che frequentò le nostre Dolomiti e, con maggiore assiduità, le Alpi Occidentali, dove, fra l’altro, aprì nuovi itinerari sulla Pointe du Sélé, nel Delfinato, sull’Anguille de la Fenêtre nel Monte Bianco, e sul Torrione del Badile. Poi ci fu la guerra che impedì quasi totalmente ai nostri soci di dedicarsi alla montagna. Nel decennio che va dal 46 al 56 sono i soci Memi Andretta, Gimo Barea, Giancarlo Basso, Bruno Campanaro, Pino De Marchi e Giacomo De Monte, che maggiormente si impegnarono nelle Dolomiti e che cercarono di dare, per quegli anni, un certo carattere alla nostra sezione. Ma è nel 1956 che compare il rocciatore che è stato il portabandiera dell’alpinismo castellano: Renato Gobbato.

 

Renato Gobbato (bagnin)

Con Alberto Fraccaro “Marmeata”, si impegna dapprima in ascensioni sulle medie difficoltà (Campanile di Val Montanaia, Campanile Basso, Spigolo Jori della Punta Fiammes). A Castelfranco, perlomeno in certi ambienti, si comincia a parlare per la prima volta di sesto grado, e non è più il sesto grado che fanno gli altri, ma quello che pratica un castellano. Dal periodo che va dal 58 al 62, sue sono le salite alla Solleder del Sass Maor e la Steger del Catinaccio, la Tissi della Torre Venezia e la Comici della Cima Grande, la Ratti della Torre Venezia e la Buhl della Pala Canali, la Andrich del Cimon, la Ratti della Civetta e la Cassio della Torre Trieste. (Suoi compagni più assidui furono i veneziani Gianni Franzoi e Dino Toso, il cittadellese Renzo Timillero “Ghigno” e il castellano d’adozione Francesco Beltramello “Aquaesucaro”. Il 1963 è l’anno della svolta per il Bagnin, e per la Sezione del CAI di Castelfranco. Portate a termine, infatti, le salite della Castiglioni, della Pala Canali, della Gilberti, della Busazza e la Via delle Guide sul Crozzon di Brenta, dopo cinque anni di attività estrema, viene ammesso al C.A.A.I., su proposta degli Accademici veneziani Vittorio Penzo, Marcello Canal e Guido De Diana. Dopo soli otto anni d’attività gli è conferito il riconoscimento di Accademico. Nel ‘64 il neoaccademico, assieme al bassanese Carlo Zonta, continua a ripetere vie tra le più impegnative delle Alpi, il diedro Philipp-Flamm della Punta Tissi, e la via Soldà alla Marmolada, il primo considerato tra i più difficili percorsi di tutte le Alpi (900 m. di sesto grado superiore superati in dieci ore), la seconda ritenuta tra le più classiche salite di sesto grado delle Dolomiti. Nel 1967 ripete la via Buhl alla Roda di Vael, la Bonatti al Gran Capucin e la Aste-Navasa al Crozzon di Brenta. Nel 68 e nel 69 percorre la Via sul Pilastro Costantini, la Tofana di Rozes; apre due nuovi itinerari sulla parete Sud-Ovest del Sass d’Ortiga, uno dei quali in cordata con Walter Cadò e ripete la Nord dell’Agner, parete percorsa nello stesso giorno anche da Azio Bidoia. Nel 1973 la prima invernale sulla via Castiglioni-Detassis della Pala Canali assieme al vicentino Renato Casarotto. Due mesi più tardi, con i castellani Piero Andretta, Azio Bidoia e Paolo Rossi, sale per la prima volta d’inverno la via Esposito sulla Pala del Rifugio (marzo 1974).